Chi specifica o installa apparecchi di illuminazione a LED si imbatte quotidianamente in sigle come L90B10 o L70B50, riportate nei datasheet come indicatori di “durata di vita”. Si tratta, in realtà, di un sistema di classificazione codificato a livello internazionale, che merita di essere compreso a fondo per evitare interpretazioni scorrette in fase di progettazione e manutenzione.
Perché serve una codifica dedicata ai LED
A differenza delle sorgenti luminose tradizionali, i LED non si guastano in modo netto: il loro flusso luminoso diminuisce gradualmente nel tempo, un fenomeno noto come decadimento lumen (lumen depreciation). Per questo motivo il settore ha adottato un sistema di misura e proiezione specifico, basato su due standard elaborati dalla IES (Illuminating Engineering Society):
- LM-80: definisce il metodo di prova per misurare il mantenimento del flusso luminoso di package, array o moduli LED. Il test dura solitamente un minimo di 6.000 ore, con una durata di 10.000 ore consigliata per una maggiore accuratezza, ed è condotto a tre temperature di case (in genere 55°C, 85°C e una terza scelta dal produttore), poiché il degrado dei LED è fortemente influenzato dalla temperatura di esercizio.
- TM-21: è il metodo di calcolo che utilizza i dati raccolti con LM-80 per proiettare il comportamento del LED oltre le ore effettivamente testate, fino a un massimo di sei volte la durata del test (la cosiddetta “regola del 6x”). Ad esempio, un test di 8.334 ore consente proiezioni fino a 50.000 ore.
Cosa significano le lettere L e B
Il valore L indica la percentuale di flusso luminoso residuo rispetto a quello iniziale: L90 significa che il flusso si è mantenuto al 90%, L80 all’80%, L70 al 70%. Quest’ultimo valore, storicamente, è considerato la soglia oltre la quale una sorgente si ritiene “a fine vita utile” negli ambienti professionali.
Il valore B, invece, esprime la confidenza statistica del dato: rappresenta la percentuale di popolazione di LED che può scendere sotto la soglia L indicata. B10 significa che solo il 10% degli apparecchi può presentare un decadimento superiore al valore dichiarato; B50 alza questa soglia al 50%. Un apparecchio L90B10 offre quindi una garanzia statistica molto più solida di un L70B50, perché limita a una quota minima gli apparecchi “fuori norma” nella popolazione installata.
Perché questa distinzione è rilevante nella pratica
Per chi gestisce un parco di apparecchi di illuminazione su larga scala (uffici, impianti industriali, aree commerciali) il valore B non è un dettaglio marginale: è ciò che distingue un piano di manutenzione prevedibile da una gestione basata su interventi sporadici e imprevisti. Un B10 riduce sensibilmente il rischio di dover intervenire su singoli apparecchi con decadimento anomalo prima del previsto.
Va inoltre chiarito un aspetto spesso frainteso: una garanzia commerciale di 5 anni non equivale automaticamente a una classificazione L80B10. La garanzia copre tipicamente il guasto totale del prodotto, mentre i valori L e B sono standard prestazionali riferiti al decadimento del flusso luminoso, due concetti distinti che vanno verificati separatamente in fase di capitolato. Questa codifica non è solo un dato tecnico di prodotto: compare anche nei Criteri Ambientali Minimi (CAM) per l’edilizia, che richiedono per le sorgenti luminose LED utilizzate in abitazioni, scuole e uffici una durata minima di 50.000 ore in classe L90B10. Un requisito che rende la corretta lettura di questi valori una competenza sempre più necessaria per chi opera nella progettazione e nella verifica di conformità degli impianti.