Gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo finale di energia e del 36% delle emissioni di gas serra nell’Unione Europea. Gran parte di questi consumi dipende da riscaldamento, raffrescamento e acqua calda sanitaria, che da soli coprono circa l’80% dei consumi domestici. A complicare il quadro è lo stato del patrimonio edilizio esistente: circa il 35% degli edifici europei ha più di 50 anni e quasi il 75% è considerato energeticamente inefficiente, mentre il tasso di riqualificazione resta fermo a circa l’1% annuo.
In questo contesto si inserisce lo Smart Readiness Indicator (SRI), introdotto dalla Direttiva sulla Prestazione Energetica degli Edifici (EPBD) del 2018 come sistema di valutazione unificato a livello europeo. Lo SRI misura la capacità di un edificio di ottimizzare l’efficienza energetica, adattarsi alle esigenze degli occupanti e interagire con la rete elettrica.
Il calcolo si basa su una valutazione multicriterio che analizza i servizi “smart ready” presenti nell’edificio, raggruppati in nove domini tecnici e classificati su una scala di funzionalità da 0 a 4. La metodologia riprende in parte la norma UNI EN ISO 52120-1:2022 sulle classi BAC, ampliandola con nuovi ambiti come la ricarica dei veicoli elettrici e l’interazione con la rete. Con la revisione della direttiva (EPBD IV), l’applicazione dello SRI diventerà obbligatoria entro il 30 giugno 2027 per gli edifici non residenziali con potenza nominale superiore a 290 kW.
La sperimentazione italiana
In Italia, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), con il supporto tecnico dell’ENEA, ha condotto una fase di test di 12 mesi, avviata a marzo 2025, per verificare l’applicabilità della metodologia europea al parco edilizio nazionale. Al progetto hanno partecipato enti di normazione, associazioni di categoria, aziende, università e ordini professionali. È stato inoltre sviluppato un applicativo web dedicato, disponibile all’indirizzo sri.enea.it e accessibile tramite SPID o CIE.
I casi studio si sono concentrati soprattutto sul settore non residenziale con potenza superiore a 290 kW, suddivisi tra edifici “standard” e “avanzati” (dotati di Building Management Systems). Per garantire la comparabilità con gli altri Stati membri, è stato applicato il metodo B, che prevede la valutazione di tutti i 54 servizi previsti dalla metodologia.
I risultati
Gli edifici standard registrano un valore medio di SRI globale leggermente inferiore al 15%, che sale fino quasi al 40% negli edifici avanzati, con le migliori prestazioni nel settore degli uffici. Nel dettaglio, la presenza di tecnologie smart consente di raggiungere circa il 50% sull’efficienza energetica e oltre il 45% sull’interazione con gli occupanti.
Il punto più critico resta la funzionalità “Rete”, ferma poco sopra il 15% anche negli edifici più avanzati, pur contribuendo per circa un terzo al punteggio complessivo. Molti sistemi di gestione già disponibili sul mercato sarebbero tecnicamente in grado di gestire funzionalità avanzate di interazione con la rete, ma in assenza di una regolamentazione italiana specifica questi livelli non vengono ancora riconosciuti in fase di valutazione.
Prospettive future
Dalla sperimentazione emerge che lo SRI può diventare una vera linea guida operativa per i professionisti, in fase di progettazione, riqualificazione e gestione degli impianti. Resta però necessario definire requisiti di competenza per i futuri asseveratori e strumenti di supporto che riducano la soggettività della valutazione. In prospettiva, l’indicatore potrebbe integrarsi con l’Attestato di Prestazione Energetica (APE) e diventare una leva per la diffusione della flessibilità energetica, favorendo tariffe dinamiche e sistemi di controllo remoto per l’evoluzione degli edifici in nodi attivi delle smart grid.